introduzione per About:Tappi
LAURA TRALDI↓
AUTORE
Laura Traldi è giornalista professionista, digital managing editor di internimagazine.it, consulente di comunicazione strategica di Dotdotdot e OpenDot. Quando non scrive di design, lo fa su una newsletter che si chiama Quattro Chiacchiere. Ha lavorato per 10 anni a D la Repubblica e, precedentemente, come collaboratrice freelance per testate italiane ed estere (tra cui l’australiana Curve, di cui è stata European Editor per 4 anni). Dal 1996 al 2002 è stata Communications Manager di Philips Design in Olanda dove ha lavorato a fianco di Stefano Marzano. Ha una laurea in Lettere Moderne con Storia dell’Arte dell’Università di Pavia e un Master in Gestione Museale dell’Ecole du Louvre. Ha insegnato Design per l’Economia Circolare alla NABA dal 2019 al 2025 ed è stata parte del Comitato Scientifico dell’ADI Index dal 2021 al 2025.
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Come citare questo testo
Traldi L., (2026). Introduzione ad About:tagliascotch. Call09 tappi collana editoriale About: Anno II n.9, ShowDesk Edizioni, Milano 2026.
Quella della call di About: sarebbe stata una grande sfida anche se avesse avuto un carattere più classico.
Se si fosse chiesto, “semplicemente” di migliorare un oggetto pre-esistente perché funzione, forma o materiale aggiungano qualcosa alla sua esperienza d'uso. Perché nei suoi otto millenni di storia (da ripercorrere se volete grazie al graziosissimo libretto Sapere di tappo di Alessandro Zaltron e Francesca Marchetto), il tappo ha già esplorato ogni materiale disponibile, tipologia di chiusura, rapporto possibile con il contenitore. C’è persino, nel suo lungo percorso, chi ha risolto il problema della sua dissolvenza: i Romani sigillavano infatti le colombine (dei piccoli flaconi a forma di uccellino) direttamente a fiamma, così per prelevare il profumo bisognava rompere il becco. E nello svolgere la sua funzione, addio tappo.
Sarebbe stata dunque una missione già difficile migliorare il tappo per quello che è.
Intelligentemente, però, il brief di About: chiedeva altro ovvero l'unica azione che ancora ha senso chiedere ai designer, e che le macchine (anche quelle “intelligenti”) non saprebbero fare: pensare al di là delle righe. In questo caso: progettare un oggetto da avvitare alla bottiglia per dire qualcosa di diverso su noi e sull'acqua, lavorando intorno a cinque concetti - soglia, controllo, accesso, misura, limite - che il tappo ha sempre silenziosamente incarnato nella sua versione più neutra e funzionale.
Quelli proposti sono infatti concetti che vanno, non a caso, molto al di là della semplice funzione: presi nella loro accezione allargata, aprono mondi, incarnano politiche, permettono strategie, indicano approcci, connettono o dividono comunità.
Davanti a una sfida del genere si può prendere il brief e volare via, lontanissimo. Ma poi – si tratta di un progetto di design e non d’arte - l'atterraggio deve sempre avvenire in sicurezza e il pensiero laterale deve alla fine incarnarsi in qualcosa di condivisibile e comprensibile come un "tappo". La domanda allora è cosa un tappo deve mantenere della sua essenza per essere ancora riconosciuto come tale, ma essere semanticamente e magari anche fisicamente altro da sé?
È un esercizio che richiede uno skill prezioso, perché mentre forma e funzione sono parametri misurabili, confrontabili, ottimizzabili, il significato che diamo agli oggetti no: parte da chi progetta, che decide cosa è necessario e cosa è superfluo, e si apre a chi guarda, a chi usa, diventa dialogo.
È un'operazione che si avvicina alla psicoterapia, un viaggio intimo da affrontare in modo ironico, giocoso, serissimo, moralistico, etico, scanzonato, derisorio, precisissimo o pressapochista, metaforico o immaginifico. A seconda di chi lo intraprende.
In questo guardarsi dentro e attorno per inventare qualcosa di senso penso che si racchiuda l'essenza del fare design oggi (e avrei voglia di aggiungere, senza campanilismo ma per precisazione storica, di fare design italiano). Un’attitudine al progetto che porta a creare oggetti che connettono le persone e scatenano pensieri, oggetti da usare e potenzialmente riproducibili ma diversi dalla dozzinalità della produzione senz'anima.
Chiamatelo ricerca, sperimentazione magari anche divertissement. Ma è importante, credo, considerare questo tipo di esercizio anche come un'àncora di salvezza, un atto quasi provocatorio nell'era delle allucinazioni statistiche che ci aiuta a ritrovare la bellezza del pensiero libero e della mano che lo asseconda.