: manitu studio

2026

intervista di about:


Indagini su chi partecipa alle call

Manitu Studio è uno studio di design che nasce a Como dal duo Chiara Molinari e Alberto Zerbi.

Ci occupiamo di progetti che si muovono tra prodotto, direzione creativa e visual design. Ci interessa costruire sistemi in cui forma, racconto e identità non siano elementi separati, ma parti di un unico linguaggio.

Il nostro approccio è trasversale e multidisciplinare: intreccia ricerca, cultura del progetto e sensibilità visiva per dare forma a immaginari contemporanei.


Vi va di raccontarci brevemente chi siete e di cosa vi occupate? Una piccola presentazione per conoscervimeglio.

→ memoria futura di Manitu Studio

Abbiamo scoperto ABOUT: tramite Instagram, e abbiamo deciso di rispondere alla prima call. Per la seconda partecipazione, invece, siamo stati attratti dal tema.

Come avete scoperto ABOUT:? 
Avete deciso subito di partecipare o avete aspettato
 l’uscita di un tema che vi rispecchiasse di più?
Cosa vi ha spinti a partecipare alla vostra prima call? 
E cosa vi ha motivati a continuare con le edizioni successive?

Abbiamo partecipato alla prima call perché conoscevamo personalmente Sovrappensiero Studio e ne apprezziamo l’approccio alla progettazione, ma anche perché ci aveva colpito il formato del concorso: molto aperto, con pochi vincoli, che mette al centro il design anonimo di oggetti comuni per lasciare spazio a diversi livelli di lettura.

Non ci è sembrata la solita call patinata, ma un esercizio interessante di ricerca formale e concettuale. Un dialogo aperto tra progettisti, senza finalità commerciali.

Tra i due temi a cui abbiamo partecipato, lame e strumenti di scrittura, quello legato alla scrittura è stato sicuramente il più stimolante.

Ci ha portati a riflettere su quanto siano profondamente cambiate le modalità dello scrivere: da un gesto estremamente intimo e identitario, come la scrittura a mano, fino alle forme più contemporanee, mediate da tastiere fisiche, schermi touch e interfacce digitali. Oggi, almeno dal nostro punto di vista, le occasioni in cui si scrive in modo spontaneo e manuale sono sempre meno. Questo tema ha quindi aperto riflessioni interessanti sul rapporto tra gesto, memoria, identità e strumenti.

Un altro tema che ci è piaciuto molto, pur non avendo partecipato, è stato quello delle setole: le idee emerse sono state davvero curiose e inaspettate.

Tra i vari temi proposti, ce n’è stato uno che 
vi ha stimolato in modo particolare? Perché?
Fra i vari progetti che avete realizzato per ABOUT:, ce n’è uno, o più di uno, che a distanza di tempo vorreste modificare o riprogettare del tutto? Se sì, ce lo raccontereste?

No, crediamo sia giusto leggere i progetti per quello che sono: espressioni di un momento preciso, nate da una ricerca, un’intuizione o da una sensibilità specifica.

Che siano più spontanei e non rifiniti o già a uno stadio avanzato, per noi raccontano comunque una fase del percorso. Raramente ci capita di tornare su progetti conclusi: preferiamo considerarli come tappe, più che come qualcosa da riprendere in mano o correggere a posteriori.

→ Det/Taglio di Manitu Studio

Diremmo entrambi, anche se per ragioni diverse.

Il primo progetto ha un approccio più leggero e immediato: lo potremmo definire un intervento di hacking sull’oggetto, in cui abbiamo modificato la funzione d’uso lasciandone l’estetica inalterata. Questo aspetto ci rappresenta perché nasce da un esercizio di osservazione: guardare la realtà quotidiana, intercettare possibilità nascoste e provare a cambiare il significato dell’oggetto per spostarlo in un contesto diverso da quello di partenza.

Il secondo progetto, Memoria Futura, parte invece da un racconto più legato alla nostalgia, alla memoria e alla volontà di preservare alcune gestualità. Anche questo sguardo, insieme critico e affettivo, ci accompagna spesso nella ricerca progettuale: ci interessa capire cosa resta degli oggetti che progettiamo, dei riti e delle abitudini che inevitabilmente cambiano nel corso del tempo. In qualche modo tutti “gli oggetti di oggi” saranno i reperti che racconteranno questa epoca all’umanità futura.



Quale dei progetti che avete realizzato pensate 
rappresenti al meglio l’identità di Manitu Studio?
→ Manitu Studio

Prenderemmo l’ultimo progetto, Memoria Futura, e lo immagineremmo accanto a oggetti che vanno al di là della loro funzione intrinseca.

Sceglieremmo sicuramente un’amigdala (1), come primo strumento nato dall’intelligenza dell’uomo. Poi sceglieremmo la Moka Bialetti (2) perché racconta un rito quotidiano più che una funzione. È un oggetto tecnico, ma romantico: parla di casa italiana e abitudini, ed è un oggetto che “resiste al tempo” nonostante la velocità delle macchinette a cialde.
Poi il Sony Walkman (3) perchè da musicista (Alberto) credo rappresenti un cambiamento profondo nel rapporto tra individuo e dispositivo personale: per la prima volta la musica diventa portatile, intima, parte della quotidianità, come una colonna sonora ma nella vita reale. E infine Autoprogettazione (4) di Enzo Mari, un’idea di oggetto come istruzione, processo, critica al consumo. Una sorta di emancipazione progettuale: la possibilità di costruire da sé, comprendere gli oggetti e non subirli come prodotti chiusi e definitivi.

Se doveste immaginare quel progetto esposto insieme ad altri quattro oggetti (non legati ad ABOUT:), quali scegliereste?

Il progetto Memoria Futura racconta bene l’approccio che stiamo cercando di sviluppare come studio nell’ultimo periodo.

Negli ultimi anni ci siamo spesso trovati ad avere molte idee che, per dinamiche interne, tempi limitati o sovrapposizione con altri lavori, finivano per fermarsi a uno stadio intermedio: poco più di un prototipo, o comunque non ancora abbastanza sviluppate per diventare oggetti compiuti.

Con Memoria Futura abbiamo provato a fare uno shift: avvicinarci al progetto con l’obiettivo di portarlo a una fase più avanzata, quasi pronta per la produzione o per la vendita. Questo cambio di mentalità influisce anche sul modo in cui progettiamo: quando immaginiamo un oggetto, ci chiediamo da subito come potremmo realizzarlo concretamente, anche con mezzi accessibili o con un investimento contenuto, cercando però di ottenere una qualità estetica elevata.

Il linguaggio più vicino al prodotto industriale non nasce quindi solo da una scelta formale, ma dalla volontà di dare al progetto una presenza più solida e reale.


 Nell’ultimo progetto presentato per ABOUT:Writingtools,Memoria Futura, avete adottato un linguaggio più orientato al prodotto industriale, mentre nell’edizione precedente (lame) l’impronta era più vicina a un lavoro quasi artigianale, tra prototipo e studio. Da cosa nasce questo cambiamento e come si inserisce nella vostra visione progettuale?
C’è qualche progetto di altri partecipanti che vi ha colpito in modo particolare? Cosa vi ha fatto apprezzare quel lavoro?

È difficile fare una scelta, perché ci sono molti progetti che per ragioni diverse ci hanno colpito. Il primo che ci viene in mente è Instant Gourmet di Studio Sostanza.

Ci è piaciuto istintivamente appena lo abbiamo visto: era inaspettato nella sua essenza, soprattutto all’interno di un tema come quello delle griglie. Abbiamo apprezzato molto il modo in cui ripensa un oggetto che esiste da sempre più o meno nella stessa forma e che genera, quasi automaticamente, sempre gli stessi pattern.

Ci interessano molto i progetti capaci di attraversare ambiti diversi, e il dialogo tra food e progettazione apre possibilità particolarmente stimolanti — e dove, se non in Italia?

 ABOUT: è un'occasione per molti progettisti di mettersi in mostra; tuttavia, questo comporta anche una certa dispersione dovuta alla grande quantità di materiale presentato. Cosa vi sentite di consigliare a un designer che vuole emergere qualitativamente con i propri progetti?

Forse il consiglio è proprio quello che descrivevamo prima: ABOUT: è una call che lascia molta libertà di pensiero e di progettazione, e questo è sicuramente uno degli aspetti più interessanti.

Allo stesso tempo, proprio perché il materiale presentato è tanto, crediamo che per emergere sia importante fare uno sforzo ulteriore. Una volta individuata l’idea, vale la pena chiedersi come possa diventare un oggetto “compiuto”: non fermarsi alla forza dell’idea e del concept, ma lavorare sui dettagli, sui materiali, sul modo in cui potrebbe essere realizzato e raccontato.

Anche la scelta della tecnica produttiva può fare la differenza. La stampa 3D, per esempio, è uno strumento di prototipazione rapida molto efficace, ma non sempre è l’unica strada possibile. A volte guardare ad altre tecniche, anche semplici ed economiche, può dare al progetto una qualità diversa. Nel caso di Memoria Futura, ad esempio, il taglio laser e la sabbiatura ci hanno permesso di ottenere un risultato accessibile e coerente con il linguaggio dell’oggetto. Il consiglio è di provare ad andare oltre la buona intuizione iniziale, portare il progetto il più possibile vicino a uno stadio credibile e curato.

→ Moka Bialetti (2) un rito quotidiano 
→ amigdala (1) primo strumento nato dall’intelligenza dell’uomo

Secondo noi uno dei valori più importanti di ABOUT: è il dialogo e la pluralità.
La possibilità di condividere approcci, metodologie, linguaggi e sensibilità progettuali molto diverse tra loro.

C’è spazio per tanti modi di intendere il progetto: da proposte più concettuali ad altre più funzionali. Questa libertà permette a ogni progettista di esprimersi secondo il proprio punto di vista, senza dover rispondere necessariamente a logiche commerciali o a un’estetica prestabilita.

Purtroppo, il mondo del design è un ambiente molto competitivo e spesso “chiuso”, ABOUT: è sicuramente un’occasione per intavolare un dialogo tra gli addetti ai lavori.

Un altro valore importante, in un mondo dominato da AI e immagini generative, è quello del fare. ABOUT: non è solo un esercizio teorico, ma un’occasione per mettere alla prova un’idea, darle una forma e trasformarla in qualcosa che esiste nel mondo reale.

Quali valori ritenete importante far emergere attraverso i progetti presentati in ABOUT:?
→ Sony Walkman (3)cambiamento profondo nel rapporto tra individuo e dispositivo personale

Uno degli aspetti più interessanti è stato proprio vedere come un tema comune potesse generare risposte molto diverse tra loro. È stato un po’ come tornare all’università, tra progetti di gruppo e presentazioni finali: approcci e linguaggi differenti, ma in un clima libero, senza competizione o necessità di confronto.

Proporremmo i semi: introdurre un elemento naturale crea variabili non controllabili e inaspettate.

 Se toccasse a voi scegliere il prossimo tema dell'open call di ABOUT:, quale proporreste? C’è un argomento che vi piacerebbe sperimentare?
Quali aspetti positivi o insegnamenti avete portato a casa da questa esperienza?
→Autoprogettazione (4) di Enzo Mari
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Intervista: Lorenzo Limatola